Il vino: un antidoto culturale

Il vino: un antidoto culturale

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(fotografia © Giorgio Fogliani)

Tarlant, Zind-Humbrecht e quel lontano Duemila

di Giorgio Fogliani

Questi strani e tristi tempi di quarantena rischiano di catapultarci ancora di più sui social network. I quali, specchio (ustore) o lente (deformante, ma pur sempre significativa) della società, ci restituiscono alcune delle immagini peggiori della nostra epoca. Notizie false distribuite deliberatamente, nazionalismo, revanscismo, deliri autarchici, antieuropeismo d’accatto, ma anche complottismo, antipolitica, autoritarismo (invocazioni di esercito, legge marziale, “pugno di ferro” e così via). La solidarietà, quando c’è, è solo quella mielosa e avvelenata perché ostentata e “selettiva” (i nostri ospedali, i nostri prodotti da salvaguardare, la nostra economia da tutelare, etc). Neppure una pandemia riesce a farci pensare internazionalmente, cosa che dovremmo fare a maggior ragione ora che, per un po’, dovremo rinunciare a spostarci e che quei confini, che dovrebbero essere solo costruzioni mentali, tornano a essere presidiati.

Qualche giorno fa il noto giornalista di vino Angelo Peretti si chiedeva se fosse il caso di «scrivere di vino in tempi di dolore», suscitando un certo dibattito e ricordandoci tra l’altro che la rete diffonde anche contenuti di qualità. Rispondere di sì a questa domanda è un’occasione per ricordare che il vino ha, o dovrebbe avere, un ruolo culturale: proprio il vino, che per antonomasia porta scritto nel nome il suo luogo d’origine, è stato per secoli e ancora è un veicolo di persone, merci, denaro, idee. Il suo chiamarsi come la propria terra non è se non un modo per parlarne agli altri, per insegnare la geografia, per aprire il cuore e la mente; per unire. È, insomma, un manifesto illuminista.

Visto che la mobilità di tutti è ridotta e che molti appassionati di vino riscoprono la profondità delle proprie cantine, e dato che siamo a fine decennio, ma anche ventennio1, e poiché cedere alla disperazione proprio non bisogna, ho scelto di aprire due bottiglie vendemmiate vent’anni fa: prima delle Torri gemelle, del G8 di Genova, della Primavera araba, della crisi del 2008… in un tempo che oggi sembra giustamente lontanissimo.

Una è lo Champagne Cuvée Louis di Tarlant, per la verità assemblaggio di vendemmie dal ’96 al 2000, prima fermentazione in botte e sboccatura nel 2016. Precedenti assaggi mi facevano temere un vino a fine corsa, o almeno in nobile tramonto: si è rivelato un vino di classe assoluta, dalla spuma fine e abbondante – anche a 24 ore dalla stappatura –, ritmo cadenzato ma incalzante, perfetto equilibrio di cremosità e amari eleganti.

Anche sull’Alsace pinot gris Clos Windsbuhl 2000 di Zind-Humbrecht avevo qualche giustificata riserva. Una bottiglia stappata a giugno 2019 era, benché affascinante, color mattone, già tra le braccia di un’ossidazione che ne offuscava i contorni. Questo nuovo assaggio svela invece un bicchiere oro antico luminoso, che sprigiona tiglio e miele, pesche dolci e zafferano. Un principio di ossidazione gli fa da delicato contrappunto, e la bocca è soffice e posata come un elisir, con un finale di noci e zucchero bruno.

Sei giorni fa la famiglia Tarlant affidava al proprio importatore in Italia un messaggio di vicinanza e affetto, con parole semplici ma commoventi. A riprova che la fraternité del motto rivoluzionario è ancora un valore da difendere, e un valore comune.


Nota sul conflitto d’interessi: il Clos Windsbuhl è in vendita presso l’enoteca che co-gestisco a Milano. Al momento, peraltro, chiusa.

1 Vale la pena ricordarlo, il 2020 è l’ultimo anno del secondo decennio del secolo, e non il primo del terzo!