La maestà del Grand cru Rangen

La maestà del Grand cru Rangen

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(Olivier Humbrecht – fotografia © Samuel Cogliati)

Può il terroir trascendere il vitigno? 

di Samuel Cogliati

giugno 2019

C’è sempre una ragione quando scrivo di un vino determinato. Parlare di una singola referenza non mi piace, c’è sempre il rischio che fuorvii i lettori, spesso inclini a idealizzare le etichette. Mi dedico (o forse mi rassegno) a quest’esercizio nel caso la motivazione emerga con tanta forza da imporsi al di là dei miei auspici. E non accade così di frequente, poiché la bontà da sola non sempre giustifica una recensione. 

Di recente mi è accaduto con un gewurztraminer del domaine alsaziano Zind-Humbrecht. Certo: ha trovato terreno fertile, perché negli ultimi mesi mi sono occupato così a fondo di Alsazia da immergermi nell’argomento. Il vino in questione è l’Alsace Grand Cru Rangen de Thann Clos Saint-Urbain gewurztraminer 2016. Avevo già assaggiato più volte questa bottiglia negli ultimi mesi, e ogni volta si era confermata di elevata statura. Ma nell’ultima degustazione di qualche giorno fa mi ha anche – o forse di nuovo, e più chiaramente – scoperchiato una verità: vi sono casi in cui il terroir è così forte da prendere il sopravvento persino su vitigni dalla personalità intensa ed estroversa, come l’aromaticissimo gewürztraminer. Varietà che, peraltro, non amo molto. O meglio: che mi intestardisco a pensare di non amare molto, finché un luogo e un interprete fuori norma non mi scaraventano in faccia il mio puerile (e ingenuo) errore. 

Questa bottiglia illustra come l’espressione gustativa di un luogo quale il Rangen si fonda – persino in un vino ancora non fuso, come questo 2016 – con quella della cultivar, senza ovviamente obliterarla, sarebbe impensabile, né coprirla, ma trasfigurandola in un esito finale in cui non vi è più distinzione tra terroir e uva. È questo, probabilmente, il massimo obiettivo possibile per un vignaiolo.
E il ruolo del vignaiolo, allora? La sua firma? Il suo stile? Che fine fanno? Credo che anche in questo caso si esprimano al massimo delle proprie potenzialità, ovvero quasi tacitamente: la firma di Olivier Humbrecht e della sua équipe in un vino del genere consta proprio nel permettere a terroir e vitigno, congiunti, di monopolizzare la scena.

Il Clos Saint-Urbain gewurztraminer 2016 per me si manifesta così:

Veste dorata leggera ma intensa, con squillanti riflessi verdi.
Naso intenso, quadrato, amaro di erbe e scorze di arancia, genziana, mango; dritto, fermo e potente.
Bocca dall’impatto avvolgente, quasi zuccheroso, per poi rivelarsi grassa ma magistralmente retta, e asciutta. Amaro e sale costituiscono l’ossatura del vino, ne guidano lo svolgimento, ne determinano l’incedere marziale.
Grande Rangen, profumato, vinoso, tenace, privo di tenerezze. L’aperta varietalità è assorbita dalla mineralità. Probabilmente al suo vertice espressivo dal 2030 in poi.
Molto buono
[alcol 15%; zuccheri residui <2 g/l; pH 3,5; acidità 5,5 g/l; viti di 37 anni; rese 28 hl/ha; prezzo presumibile in enoteca circa 90-95 euro]
Grazie a Sarzi-Amadè per avermi messo a disposizione il campione degustato. 

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(Pietra del domaine Zind-Humbrecht nel Grand cru Rangen a Thann – fotografia © Samuel Cogliati)

cogliati@possibiliaeditore.eu