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di Samuel Cogliati

26 agosto 2018

La situazione geopolitica delineatasi nel corso dell’estate è molto preoccupante e, mi pare, sottovalutata, anche nei suoi effetti a catena. Peraltro travalica di molto i confini italiani, come la maggior parte dei grandi eventi contemporanei.

Il quadro è sostanzialmente il seguente.
Il governo italiano in carica dal 1° giugno – e in primis il ministero dell’Interno – ritiene che il flusso migratorio verso l’Europa non sia più accettabile e decide di applicare azioni drastiche per bloccarlo o frenarlo. Migrazioni di questa portata sono eventi di dimensione storica, con cause profonde e complesse, che singoli atti politici non strutturati non possono ovviamente impedire. È sempre stato così nelle vicende dell’Umanità.
Tuttavia, sotto la pressione della propaganda politica e della disinformazione mediatica più che dei fatti (la migrazione è ad esempio sensibilmente calata rispetto agli anni scorsi, così come il numero dei reati – lo dicono i dati statistici), molti cittadini dei Paesi occidentali sono comprensibilmente preoccupati e spaventati del fenomeno. Quest’ultimo rimetterà infatti in discussione il modello di società occidentale nel quale siamo cresciuti, che la maggior parte di noi non avrebbe alcuna voglia di rivedere, a iniziare dal tenore di vita.

L’Europa
Il fenomeno, va da sé, non è italiano bensì europeo (e occidentale in senso più ampio). Le autorità europee però sono fragili, confuse, inefficaci e intralciate da un movimento centrifugo ormai consolidato, che porta alcuni Stati dell’Unione a rivendicare per sé competenze e sovranità da anni in via di graduale trasferimento verso l’UE. Continuando a lasciare le decisioni ai singoli Stati, e non applicando princìpi di solidarietà e di equità concrete, l’Unione per un verso non risolve i problemi, per altro verso diviene giustamente sempre più impopolare. Gli accordi di Dublino, ad esempio, sono grotteschi e vanno rivisti urgentemente.
Di fronte allo stallo e all’incapacità europee, dovuti probabilmente anche a istituzioni troppo deboli e a meccanismi di maggioranza e unanimità inapplicabili, il governo italiano ha dunque deciso di forzare la mano, allo scopo di ottenere comunque risultati tangibili e, soprattutto, mediaticamente visibili. Prende dunque a più riprese la decisione di vietare gli sbarchi dei migranti nei porti nazionali, allo scopo dichiarato di ottenere dall’UE il rispetto di recenti accordi internazionali molto vaghi, informali e fragili, su cui occorrerebbe lavorare con solerzia.

Fuorilegge
I provvedimenti del governo non esitano a violare accordi e convenzioni internazionali sottoscritti anche dall’Italia, le procedure di polizia e giustizia, nonché alcuni princìpi della Costituzione: norme importantissime riguardanti i diritti civili basilari di tutte le persone. Peraltro anche le competenze interne al governo sono sfregiate, con l’intromissione di alcuni ministeri nella sfera di altri. Come atto dovuto del nostro ordinamento (in Italia l’azione penale è obbligatoria), l’autorità giudiziaria è tenuta ad aprire un’inchiesta sulla vicenda, generando di fatto un possibile, gravissimo scontro interno tra i poteri dello Stato. Il ministro dell’Interno appare nondimeno determinato a proseguire sulla sua strada, prendendo di fatto una posizione fuori e al di sopra della legge. A motivazione di questa tattica, sostiene di avere l’appoggio della maggioranza della popolazione. Così facendo, si presenta come l’incarnazione stessa di una presunta volontà popolare: è il principio dei populismi e delle dittature. Lo Stato di diritto è dunque profondamente lacerato da posizioni del governo che rivendicano la primazia dell’efficacia e del pragmatismo sulla legge. La reazione dell’opposizione politica è molto debole; poco più consistente quella della società civile. Il che potrebbe lasciare pensare che, da un punto di vista strategico, la valutazione del governo sia corretta e vincente: ovvero che molti italiani siano disposti a sorvolare sui valori democratici pur di vedere risolti i loro problemi.

Tensioni
Le ulteriori conseguenze sociali, politiche e istituzionali ce le rivelerà la Storia. Certo sembra di rivivere scenari pre-bellici già visti. I rischi di questa situazione sono elevati, concreti ed evidenti. Oltre all’aggravamento delle tensioni sociali e degli scontri (sia verbali sia fisici), esiste un pericolo di polarizzazione delle posizioni e di spaccatura della comunità nazionale, tra sostenitori di un’efficacia vera o presunta nella risoluzione dei problemi geopolitici e i difensori dello Stato di diritto e delle istituzioni repubblicane acquisite.
Su un piano continentale il rischio è quello di una opposizione tra Paesi “filoeuropei” e Paesi fautori di una linea di chiusura, tra cui il cosiddetto “gruppo di Visegrád” (Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia, Polonia) e ormai anche Austria e Italia. Anziché dirigerci verso una pacificazione continentale, presupposto per la salvaguardia del benessere e della democrazia europei, sembra che ci stiamo orientando verso una tensione sempre più grave e difficile da ricomporre. 

cogliati@possibiliaeditore.eu