La nobiltà imperturbabile di Château Simone

(fotografia © Samuel Cogliati)

Una serata con sei palette

di Samuel Cogliati 

dicembre 2016

Su Château Simone non credo di essere del tutto obiettivo. L’emozione personale e soggettiva che mi lega al luogo, oltre che al vino, probabilmente interferisce con una corretta lettura di entrambi. Tant’è, per una volta ho voluto concepire e realizzare una degustazione “obliqua” di questo vino, realizzata per la delegazione milanese dell’Associazione italiana sommelier. Un evento che deroga alla mia regola implicita e autoimposta, che da sempre mi dissuade dal guidare eventi didattici riguardanti una singola azienda, pena il rischio di lasciare insinuare il sospetto di una interessenza economica. In questo caso, il “fuoco” personale, oltre al fatto che il vino è importato da un concorrente dell’importatore di cui sono consulente, mi hanno convinto a transigere.

Così, la degustazione di quello che è un vero e proprio Grand cru di Provenza, appellation d’origine Palette, si è tenuta. “Obliqua”, perché sul banco c’erano sei vini di tre colori e di cinque annate differenti: i rossi 2011 e 2007, il rosato 2015 e tre bianchi: 2015, 2008 e 2001.
Sorvolerò sugli aspetti tecnici, di cui ha scritto con competenza e completezza Jean-Marc Gatteron nel sul ebook Vini di pazienza – Tre domaine mediterranei, pubblicato proprio dalla mia Possibilia Editore.
Ciò che vale la pena riassumere in questa sede è la carica emozionale che questi vini trasmettono.

Sui rossi non mi dilungherò. Da sempre mi paiono di gran lunga il colore meno interessante del domaine: per quanto fitti, espressivi e piacevolmente selvaggi, con apparentemente (e curiosamente, dato che rappresenta solo il 30% dell’assemblaggio) il mourvèdre in primo piano, riescono sempre un po’ avari e serrati nel sapore, di media polposità e tannino puntualmente secco, asciutto. Il che non impedisce loro, tuttavia, di rilasciare una carica aromatica intensa e lunga.

L’annata – ahimè l’unica – di rosé in degustazione, la 2015, dimostra invece, ancora una volta, che Simone è uno dei più grandi rosati in circolazione. Di potenza, definizione, generosità e controllo impressionanti, sia al naso sia in bocca. Il palette rosato riesce nel magistrale equilibrismo di offrire freschezza, fragranza, golosa immediatezza giovanile ed eccellente potenziale di invecchiamento. Si evolverà benissimo per cinque o dieci anni e più. È un vino che farebbe cambiare idea a qualunque detrattore del rosé.

I tre bianchi hanno confermato, per l’ennesima volta, ciò che conferma Château Simone bianco: una classe sopraffina e una propensione per l’invecchiamento clamorosa. Il 2015 esplicita il timbro caldo e pieno dell’annata: è un vino opulento e solare, intenso e grasso in bocca. Il suo limite attuale è un finale ancora un poco frastornato, che fatica ad allineare con più ordine amari, grassezze, calore, forza. Il tempo ovvierà in parte. Ma il ’15 difficilmente arriverà alla sinuosa setosità del bianco 2008, un vero fuoriclasse che sta iniziando a entrare nella sua fase matura. Grazia, tattilità delicata ma salda, lunghezza poderosa sono qualità che collocano questo vino nell’olimpo bianchista francese. Infine il 2001, il cui ricordo affondava nella mia memoria a un decennio fa. Non ha perso un briciolo di quella raffinatezza, modulata in bocca con modi docili e sicuri, che hanno ormai pienamente digerito il rovere che connota spesso Simone bianco in gioventù.

Château Simone conserva con autorevolezza il suo rango nobiliare e il suo titolo alla corte dei grandi vini del mondo. E ribadisce il potenziale sottovalutato della Provenza vinicola.

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