Il caso Giulio Ferrari 2008

(fotografie © Samuel Cogliati)

di Samuel Cogliati

12 giugno 2020

La prima volta che bevvi il Giulio Ferrari si trattava dell’annata 1991, credo, o forse della 1993, e fu grazie a Sandro Sangiorgi. A casa sua ce n’era un’altra bottiglia, evidentemente in attesa di un’occasione speciale, e io la guardavo con bramosia, da tanto mi aveva colpito il primo assaggio. Quando bevvi di nuovo il ‘93 fu qualche anno dopo, in Champagne, dove assieme a Giampi Giacobbo ne portammo una bottiglia per ringraziare un vigneron dell’ospitalità. Mi fece un effetto diverso e mi fu chiaro in quell’occasione che il Giulio non è champagne e non deve essergli comparato. Trappola nella quale invece fatalmente cadiamo a ogni nuovo assaggio. Perché questo confronto è inopportuno? Semplice: perché il Giulio è un trento.

Storia
Il “Giulio Ferrari – Riserva del Fondatore” nasce nel 1972 dall’intuizione di Mauro Lunelli, che vede la possibilità di produrre un ambizioso metodo classico, frutto di lunghe maturazioni, da uve chardonnay. «Nella vendemmia ‘72 credo siano state prodotte 5 o 6.000 bottiglie – spiega Ruben Larentis, capo enologo di casa Ferrari e demiurgo-custode del Giulio da anni –: all’epoca era difficile presentare un metodo classico dopo 8 anni». Oggi che i presupposti sono radicalmente mutati, e che lo storico vigneto in località Pianizza si è ampliato, della Riserva del Fondatore si immettono in commercio circa dieci volte quei volumi. Per il millesimo 2008, appena uscito, si tratta di 60.000 flaconi.

Riconoscimento
Il Giulio Ferrari siede oggi nell’olimpo dei più blasonati vini spumanti nazionali; i premi e, a torto o a ragione, i paragoni con il meglio della spumantistica mondiale fioccano continuamente. Da metà anni Novanta – se la memoria non m’inganna epoca dell’abbandono della bottiglia sciampagnotta tradizionale (quella attuale pesa 1,18 kg!) – mi sembra che la cuvée abbia assunto uno stile gustativo nuovo, assai improntato al comfort di beva, all’espressione della maturità e dell’integrità del frutto. Gradualmente la durata dell’affinamento in catasta si è consolidata e poi allungata, per allinearsi su quella delle più mediatiche cuvées de prestige champenoises.

Il vigneto
Il Giulio è prodotto con uve del vigneto Pianizza, vecchia proprietà aziendale in comune di Trento, sulla riva sinistra dell’Adige, in una posizione elevata circondata dal bosco, dove si iniziò a piantare negli anni Sessanta. Circa 20 ettari – erano la metà vent’anni or sono – che ospitano solo chardonnay in cinque cloni su due diversi portainnesti, piantati a rittochino. È un cru omogeneo, dal terreno di formazione colluviale-glaciale, calcareo subalcalino, franco limoso e molto drenante. Considerevole la pendenza (tra 15 e 25%), data da un profilo altimetrico che oscilla tra 420 e 550 mslm; invidiabile l’esposizione a ovest/sud-ovest, con un indice di Huglin elevato (1971), assai più alto di quello solitamente considerato per gli spumanti. La pratica agronomica è di tipo biologico, con lavorazione del suolo, inerbimento e sovescio.

Il vino
Così l’enologo di casa Ferrari descrive l’idea e il metodo che lo guidano nella progettazione del Giulio: «Nell’assemblaggio definitivo cerco di arrivare ad un equilibrio fra gli opposti, che è la base per raggiungere quella grande complessità […]: leggerezza contro concentrazione, freschezza contro maturità, ossidazione contro riduzione. In tutte le scelte ricerco intensità nella leggerezza […]. È soprattutto l’uva matura che mette le basi per una lunga longevità e non solo l’acidità totale». La ricerca di compiuta maturità, come scelta programmatica, si coglie appieno nel calice, e conferisce un timbro non nordico che non sacrifica tuttavia pressoché nulla della freschezza. Una cifra solare, unita all’inclinazione dello chardonnay per una vivida morbidezza, che connota il naso e la bocca della riserva. L’equilibrio tanto caro a Larentis sembra mirabilmente raggiunto. Diversamente da quanto si potrebbe credere, a quanto pare la longevità e il potenziale evolutivo non ne risentono. Anzi, se un appunto si deve fare su questo terreno, potrebbe essere l’uscita comprensibilmente “anticipata” del vino: difficile che il Giulio appaia all’apice della sua espressione quando è immesso sul mercato. Detto questo, il vino ha la statura per imporsi nel suo segmento di mercato e mettere alle strette, quando non sbaragliare, i concorrenti di denominazioni assai più celebrate e dal prezzo equivalente o più impegnativo. 

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(fotografia © Samuel Cogliati)

La degustazione
Grazie alla famiglia Lunelli e a Ruben Larentis, che ringrazio, ho potuto degustare i due 2008 in anteprima, oltre a una annata di “Collezione”, nelle migliori condizioni. L’assaggio è avvenuto a etichetta scoperta, nel mese di maggio 2020, in solitaria.

Trento extra-brut “Giulio Ferrari – Riserva del Fondatore” Ferrari 2008
Colore dorato leggero.
Impatto dolce, tostato, fermentativo, maturo (ananas, mela golden, miele di acacia). Molto giovanile, sicuro di sé. Impostazione fresca e classica.
Bocca viva, piena, gustosa. La tostatura si sprigiona sobriamente nell’allungo, preannunciando un finale dolce di tabacco.

Pienezza, solarità, controllo. Questo 2008 lascia il destro allo chardonnay di rivendicare la propria varietalità, il che comprime fatalmente un poco sfumature e rilievo. Consensuale, ha il portamento di un blanc de blancs d’ambasciata. Quando, giorni dopo la stappatura, l’irruente anidride carbonica si acqueta e il vino si rilassa, emerge anche una salvifica complessità in nuce, che lo rende più armonioso. Non è il Giulio da bere oggi: attendetelo almeno tre anni. Come il 1989 poco dopo la sua uscita (cfr. Porthos, n.3), non è emozionale, ma ha spazio e numeri per divenirlo nel tempo.
[sboccatura 2019; lotto 9330; dosaggio 2 g/l]

Trento rosé extra-brut riserva “Giulio Ferrari – Riserva del Fondatore” Ferrari 2008
Colore cerasuolo leggero, quasi screziato di arancio.
Impatto intenso, tostato, carnoso, profumato di torroncino. Evoluto, tra tabacco e fumo. Con il tempo il bouquet si vena di china, spezie, mandarino, alchermes.
Bocca piena, dall’acidità tesa e dalla trama fitta. Carbonica abbondante, slancio ritmato, masticabilità ma tensione acida che insiste nel finale. Chiude amarognolo tra china, mandorle, buccia di arancia amara. Ci sono anche lieviti e un tocco ossidativo, frutta sotto spirito, chiodo di garofano e zucchero bruciato.
Rosato ambizioso, maturo, quasi mediterraneo; possiede slancio ed equilibrio, è pomposo ma composto. Nella sontuosità dello stile c’è maestria esecutiva, che fa della seconda annata della versione (dopo il 2006) un chiaro successo. Oggi è assai più maturo e fantasioso del bianco coetaneo. A tavola risulta poco flessibile: emergono le durezze che ne fanno un gran vino da aperitivo: graffia, per quanto non incida.
[pinot nero 70% (da altri vigneti di proprietà), chardonnay 30%; sboccatura 2019; lotto 9330; dosaggio 1,5 g/l]

Trento extra-brut “Collezione – Giulio Ferrari” Ferrari 1997
Veste dorata piena ma leggera.
Impatto vinoso, un po’ legnoso, mieloso, tra spezie e cardamomo. Un vezzo caramellato e confettato, leggermente tostato.
Bocca fine, allungata, un poco burrosa, piena, tonica nella sua maturità. Equilibrio didattico, soave, fine eleganza. La sapidità è avvolta, lenta e succosa. Lunghezza da manuale, misurata, pienamente corrispondente. Dolcezza intonata. Chiude appena legnoso, dunque un poco appoggiato.
Vino felpato, vellutato, suadente, di sapidità trascendente. Maestoso ma non vistoso.
[sboccatura 03/2016. L0680/18. Bottiglia n. 0966. Alcol 12,5%]

(fotografia © Samuel Cogliati)
(fotografia © Samuel Cogliati)

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