Why don’t you kazoo?

(fotografia © Samuel Cogliati)

Mirabilia di uno strumento poco considerato

di Igor Vazzaz

novembre 2009

Minima propedeutica
Il primo istinto è soffiarci dentro. In principio con curiosità, poi con caparbia energia. Ricavandone poco o nulla, se non il sibilo sfiatato dell’aria uscita dal tubo e il ghigno sarcastico dello strumentista esperto. Questi, impugnando il minuto oggetto (specie di piccola pipa lignea o metallica di circa 7 cm, con due aperture alle estremità e una in corrispondenza del rigonfiamento centrale), l’avvicina alle labbra traendone con successo il caratteristico ronzio granuloso e nasale, dando vita, trionfante, a una breve e casuale melodia. Di nuovo nelle mani del principiante, il (quasi) silenzio si ripete: scacco, irrisione, frustrazione.
La prima regola è che nel kazoo non si soffia, si canta: il suono, infatti, dev’essere originato dall’esterno, nella fattispecie dalla voce, per poi riverberarsi nella vibrazione d’una sottile membrana a produrre quel tipico e indimenticabile stridio ghignante.

Strane percussioni
Singolare strumento: per molti sorta di “fiato minore” cui affidare linee melodiche in assenza di trombe, sassofoni e ottoni in genere; eppure, per quanto sia innegabile la sua vocazione melodica, esso è a ben ragione inserito nella grande famiglia delle percussioni, sottocategoria mirliton o “membranofoni a suono determinato”. Il caratteristico suono è infatti prodotto dalla sottile pellicola, spesso in plastica (ma è possibile trovarne in carta velina o altri materiali) che, di fatto, modifica sensibilmente la forma sonora originaria. Il canto umano (ma si possono usare anche altre fonti) innesca il processo, formando un tutt’uno col ronzio generato. È come se la membrana “si vestisse” della voce che la anima, piegandosi docilmente alle variazioni melodiche del cantante: semplice e geniale, ma soprattutto percussivo, secondo il rigido principio fisico per cui è la membrana risonante a caratterizzare il risultato.

Preistoria e storia
Gli studiosi sono certi di un’ascendenza africana, benché la forma attuale non sia certo quella degli ipotetici antenati, tra cui si conta pure il curioso eunuch flute, flauto a cipolla diffuso in Europa a cavallo del XVII secolo. Data la semplicità di base, spesso questi strumenti erano riservati al gioco e ai bambini, (così accade tuttora per i kazoo), oppure a rappresentazioni magico-teatrali, data la peculiare funzione di alterare la voce in modo “inumano”.
L’inventore storico (sul cui conto, però, mancano dirette notizie biografiche) risulta essere tale Alabama Vest, afroamericano, probabilmente schiavo, di Macon, Georgia. Ideato qualche anno prima e costruito grazie alla collaborazione dell’orologiaio tedesco Thaddeus Von Clegg, il curioso oggetto è presentato alla Fiera Nazionale del 1852 con il nome di Down South Submarine. Il termine kazoo, onomatopeico, è accreditato a partire dal 1884. Il successo dovrà ancora attendere qualche tempo: nel 1914 ha inizio la messa in produzione industriale da parte di Michael McIntyre e Harry Richardson e due anni più tardi nasce The Original American Kazoo Company.

Affermazione e successo
Nei primi decenni del XX secolo, il kazoo diviene protagonista nelle esibizioni ludico-musicali di jug band (complessi formati da musicisti che suonano strumenti fatti in casa, tra cui il miticowashtub bass, il contrabbasso composto da un bastone infilato in un secchio o in bidone), in vari contesti comici e manifestazioni carnevalesche statunitensi e non. A renderlo popolare sono la facilità d’uso, la maneggevolezza e i prezzo contenuto. Nel contempo, se ne registra una progressiva affermazione come strumento a latere di contesti musicali differenti, nell’organico di complessi dixie, jazz e persino in composizioni di musica colta contemporanea.
Non richiedendo una specifica preparazione tecnica (l’idea di uno strumentista che si eserciti in scale ascendenti e discendenti con in bocca un kazoo è abbastanza ridicola), gli interventi riservati a questo mirlinton sono spesso eseguiti da vari musicisti. È il caso, per esempio, di una delle prime registrazioni in cui è possibile ascoltarne il suono: si tratta del brano Crazy Blues, eseguito dalla Original Dixieland Jass Band nel 1921, in cui quello che sembra un assolo di trombone, altro non è che un kazoo suonato dal percussionista Tony Sbarbaro. Gli anni Venti sono una sorta di periodo aureo sia per una prima diffusione massiva della musica popolare sia per il nostro piccolo strumento che recita da coprotagonista in vari contesti, professionali e non.

L’endemica svalutazione: usi e abusi
Il fatto di essere uno strumento basilare è la croce e la delizia del kazoo: da un lato, chiunque lo può suonare, ed è facile trovarlo nei contesti più svariati; dall’altro, tale semplicità ha spinto i musicisti a una certa sottovalutazione, considerandolo più come un gioco che come uno strumento al pari degli altri: anche quando è utilizzato, è assai raro che non sia impiegato in contesti parodistici, comici o ironici.
In realtà, le applicazioni sono varie così come differenti e numerose possono essere le misure e le fogge: esistono kazoo assai grandi, potremmo dire “bassi” o “baritonali”, oltre al consueto formato “da tasca”; la differenza sta nel volume necessario per indurre la vibrazione d’una membrana più ampia: è il caso del vocaphone, una sorta di gigantesco kazoo utilizzato nella Paul Whiteman’s Orchestra durante gli anni Trenta.
Il pop e la musica leggera non hanno affatto ignorata l’invenzione di Alabama Vest, sull’esempio afroamericano di blues e jazz: il bellissimo disco d’esordio di Frank Zappa assieme ai Mothers of Invention (Freak Out!, del 1965) registra un larghissimo uso del kazoo, al fianco d’una vera e propria sezione fiati e non come alternativa minore di questi. Le rasoiate nasali di Hungry Freaks, Daddy, primo brano dell’album, sono caustiche e irridenti, riproponendo l’uso “satirico” dello strumento cui Zappa dimostra di essere particolarmente affezionato.
Anche i più seri Pink Floyd (in realtà anche molto ironici nelle loro composizioni) si servono di un kazoo in Corporal Clegg, nel loro secondo album, A Saucerful of Secrets (1968): pure in questo caso l’impiego è ironico, funzionale all’intonazione militaresca del brano. Tra i kazooisti, è doveroso registrare anche una certa Barbra Stewart, autrice addirittura di un libro intitolato How to Kazoo: non nascondiamo una certa perplessità rispetto alla cosa, proprio per le ragioni già esposte.

Kazoo italiano
Il primo, se non in senso storico ma quanto a impatto popolare, è stato Edoardo Bennato: da menestrello folk-rock, chitarra imbracciata come un’arma, grancassa al piede e reggiarmonica, il kazoo è da sempre uno dei suoi strumenti prediletti, spesso in alternativa all’armonica diatonica. Si pensSono solo canzonette (album omonimo, 1980), ma anche alla sarcastica Arrivano i buoni (I buoni e i cattivi, 1974), in cui il ronzio nasale dello strumento sembra irridere sia gli ascoltatori sia l’oggetto del brano, ossia coloro che intervengono, il riferimento principale è la politica internazionale, nel nome di una propria, e presunta, superiorità morale.
Altro celebre kazooista nostrano è Lui, l’avvocato astigiano, il più internazionale dei nostri grandi autori, Paolo Conte. Il suo uso dello strumento è misurato, non direttamente ironico: pensiamo aHemingway (in Appunti di viaggio, 1982, ma la versione più bella è in Concerti, 1985): la coraggiosa progressione armonica, in continua modulazione, fa da tappeto a una languida melodia cantata in un kazoo, che funziona “a ruota”, come se non dovesse mai esaurirsi e risolvere. L’effetto è travolgente, quasi a dimostrare come si possa dare vera dignità a uno strumento come il nostro. Nella pratica contiana, peraltro, il kazoo è usato spesso, anche in modo ironico, non di rado in alternanza agli ottoni affidati sempre a musicisti di prima grandezza.
In un breve excursus sugli utilizzi italiani del piccolo strumento, non è possibile tacere dell’intensa La domenica delle Salme di Fabrizio De Andrè (Le nuvole, 1990): il polistrumentista Mauro Pagani riproduce il tema musicale del brano sia col violino sia col kazoo, in una declinazione tragica e grottesca del tutto adatta a quella della canzone, tra le più belle dell’album.

Kazoo fatti in casa e invito all’uso
Il costo ridotto dello strumento (sotto i 10 euro) è tale da poter essere accessibile a tutti, ma per chi ama il fai-da-te segnaliamo un modo piuttosto semplice per produrre autonomamente un mirliton artigianale, con lo stesso principio del kazoo. Sono sufficienti un ordinario pettine per capelli (evitare le spazzole…) e un foglio di carta: avvicinando quest’ultimo ai denti, s’inizi a cantare con la bocca in prossimità dell’oggetto ed ecco che la risonanza metterà in vibrazione la carta contro il pettine creando un ronzio musicale.
Costruire invece un vero e proprio kazoo può richiedere qualche competenza di più, dato che è necessario dare la forma peculiare dell’oggetto, magari con qualche minima base di falegnameria o di lavorazione di metalli.

In ogni caso: evviva il kazoo!
Quello che più importa, tuttavia, è riconoscere una dovuta dignità, estetica e non solo, a uno strumento troppo svalutato a causa della sua accessibilità e della semplicità. Queste qualità finiscono per rovesciarsi in difetti, specie nell’ottica contemporanea di una musica che, se da un lato è standardizzata dall’uso poco intelligente dell’elettronica (peraltro amata da chi scrive), dall’altro tende a trascurare tutto ciò che non rientri in schemi predeterminati (sonori e non solo). Uno strumentino tanto “personale” come il kazoo, che suona sempre in modo diverso al mutare della voce di chi lo suona, è destinato a subire una prevedibile penalizzazione, pure a fronte degli innegabili vantaggi.
Più kazoo e meno Guitar Hero, verrebbe da gridare, in una massiva campagna di sensibilizzazione, la cui colonna sonora dovrebbe essere, necessariamente, intonata da questo piccolo e singolarissimo strumento.
Igor Vazzaz, toscano di origine friulana, si occupa a vario titolo di teatro, tv, musica (come cantante e autore), satira, cultura, collaborando con l’Università di Pisa e varie testate. www.igorvazzaz.blogspot.com, www.myspace.com/tarantola31

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