Ritorno sull’Etna (ii)

Un successo travolgente

di Giorgio Fogliani

Randazzo (CT) – aprile 2017

Trainato dal versante nord, almeno per quanto riguarda i vini rossi, l’Etna è ormai costantemente additata come nuovo eldorado del vino italiano. Voci sempre più insistenti vogliono, per esempio, il patron di Eataly, Oscar Farinetti (presente personalmente a “Le contrade dell’Etna” 2017) prossimo ad acquisire un’azienda. Del resto il territorio, oltre alla rinomanza, può vantare diversi altri atout, come la relativa disponibilità di terra a costi ancora sostenibili e la presenza di vigneti adulti o vecchi.

I corollari di questo successo, però, non sono sempre positivi: sorgono sì sempre nuove realtà produttive, ma talune paiono improvvisate, e i risultati non sono tutti incoraggianti. Molte di esse, peraltro, non dispongono di cantine di vinificazione proprie, e devono quindi “appoggiarsi” da colleghi, il che a lungo andare può rappresentare un problema, sia logistico che nel merito (quali lieviti conducono effettivamente la fermentazione? Fino a che punto il vignaiolo ospitato può avere il controllo delle operazioni?).

Un altro campanello di allarme, suonato dal sempre vigile Salvo Foti, è relativo al materiale vegetale, dal momento che i vivaisti locali scarseggiano e la sempre crescente domanda di barbatelle di mascalese o carricante rischia di poter essere soddisfatta solo da vivai talmente grandi ed estranei al territorio da perdere di vista una vera selezione qualitativa della materia prima.

Il tempo degli alloctoni
A proposito di vitigni, non si creda che nerello mascalese, nerello cappuccio e carricante abbiano sempre goduto della considerazione odierna. Fu anzi un’epoca, gli anni Novanta, quando i riflettori sul vulcano non erano così abbaglianti, in cui si pensò di far rivivere la viticoltura etnea impiantando vitigni francesi: lo stesso IRVO (Istituto Regionale del Vino e dell’Olio) aveva incoraggiato impianti sperimentali in collaborazione con Giacomo Tachis, e proprio quest’ultimo credeva in modo particolare nel pinot nero; del vitigno borgognone rimangono tracce qua e là tra le vigne come in bottiglia: lo vinificano o lo hanno vinificato, tra le altre, le aziende Patria, Benanti, Al-Cantara, Scammacca del Murgo, Siciliano, Calabretta, La Gelsomina ed Eno-Trio. Sperimentazioni che non sono, almeno a priori, prive d’interesse, benché non se ne colga, oramai, il vero senso, salvo se prese come curiosità o laddove i vitigni alloctoni siano stati piantati a quote altimetriche o in microclimi talmente estremi da risultare inospitali a mascalese e carricante. Una degustazione di questi vini, anzi, potrebbe risultare assai istruttiva, e ci direbbe forse qualcosa in più sul terroir stesso.

Gli esempi virtuosi non mancano, e uno di essi è il Vinujancu (pronuncia “vinuiancu”, lett. vino bianco) dei Custodi delle vigne dell’Etna, in passato prodotto dal solo Salvo Foti, alla cui curiosità e al cui estro si deve l’impianto della vigna: gewurztraminer, riesling, chenin blanc e piccole quote di grecanico, minnella e carricante sono compiantati in contrada Nave, sul versante nord-ovest, ormai fuori dai confini della Doc, a 1.200 metri d’altitudine. Il 2015 (acciaio e botte) assaggiato a “Le Contrade dell’Etna” è un bellissimo vino, che tiene a bada il varietale e sfoggia setosità e dinamica, rettitudine, calore e sensualità. Etneo nei modi, sebbene non nei vitigni, è una sorta di rivendicazione di ius soli.
Da una parte della stessa vigna Federico Graziani trae, dal 2016, il suo primo bianco, Mareneve (solo acciaio): naso dall’aromaticità elegante e discreta, acidità affilata ma fusa a una salinità sottile. Ben realizzati, anche se meno entusiasmanti, pure il pinot nero e il cabernet di Rocco Siciliano (entrambi 2015): il pinot ha un naso goloso, beva e linfa, seppur non abbastanza precisione; il cabernet (franc e sauvignon) è più composto, anche se più scontato nell’espressione del varietale.

Etna rosso: alla ricerca di un paradigma
Almeno per quanto riguarda i rossi, ad oggi la tipologia più in voga, quasi tutte le aziende stanno regolando la propria offerta su due gamme di prodotto: un vino “base”, spesso frutto dell’assemblaggio di varie contrade, il cui costo in enoteca si aggira mediamente attorno a 20 euro; e uno o più vini “di contrada”, venduti al doppio, o anche più cari. Si tratta di prezzi non risibili, al di sotto dei quali si rischia di poter trovare solo gli etna delle grandi aziende siciliane (ormai tutte approdate sulle pendici del vulcano) i cui vini non mi paiono sempre la migliore espressione del territorio. Un ristoratore del luogo non mi ha nascosto la sua preoccupazione in tal senso: «il problema non è tanto l’aumento dei prezzi delle bottiglie più blasonate, ma il rapporto qualità prezzo di alcuni tra i cosiddetti “vini d’entrata” [ovvero più economici e reperibili; quelli cioè che dovrebbero rappresentare per primi il territorio, nda]».

Se il tipo di offerta è dunque ormai assestato, non altrettanto può dirsi dello stile dei vini: gli etna che si assaggiano sono ancora troppo dipendenti dalle interpretazioni dei diversi produttori, assai più di quanto possa accadere in altri territori vinicoli dove, tutt’al più, si possono riconoscere delle “scuole”. È tuttavia già possibile individuare alcune macro-tendenze, come quella, sempre più diffusa, a produrre vini che cercano in maniera spasmodica, in ossequio a un gusto sempre più in auge presso il pubblico, l’acidità, l’essenzialità e la verticalità, quasi che esse fossero di per sé sinonimo d’eleganza o di qualità: il risultato sono invece spesso vini smagriti e minimalisti, spogliati di linfa, di polpa e di sapidità. Come a dire che l’ombra del pinot nero (o meglio, di una certa visione del pinot nero) è un ingombrante convitato di pietra. Una deriva da cui l’Etna dovrà guardarsi.

fogliani@possibiliaeditore.eu