Il viaggiatore solitario

 

Carlo Taglia, 27enne, è in giro per il mondo da più di un anno senza essere mai salito su un aereo. Una scelta ecologica ma anche spirituale.

di Ludovica Scaletti
foto di Carlo Taglia

Non riuscire a stare fermi in un posto, sentirsi sempre alla ricerca di qualcosa di nuovo, di stimolante. Chi non ha mai provato una sensazione del genere? O non ha mai desiderato partire, lasciandosi la solita vita alle spalle, per scoprire il mondo? Carlo Taglia, torinese di 27 anni, lo ha fatto e il racconto del suo giro del mondo in solitaria, senza aerei e senza visti è diventato una sorta di “bestseller” sui social network (la sua pagina Facebook “Il giro del mondo senza aerei” è seguita da più di 6 mila persone) e sul suo blog: karl-girovagando.blogspot.it. Un successo per un aspirante scrittore. Carlo infatti vorrebbe trasformare i suoi appunti di viaggio in un libro. Tutto è iniziato nell’ottobre del 2011 in Nepal e laggiù il viaggiatore solitario dovrebbe chiudere il cerchio, prima o poi, dopo aver attraversato il resto del globo. A Torino, dove viveva quando ha deciso di fare le valigie, aveva un lavoro sicuro e una vita come tante, ma dentro covava da tempo il desiderio di imbarcarsi in un’avventura.
(Lo abbiamo raggiunto per email lo scorso novembre mentre si trovava in Argentina. In questi giorni è in viaggio per il Brasile).

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Non hai mai avuto voglia di fermarti in un posto?
«Varie volte ho pensato che avrei voluto fermarmi, ma dopo qualche giorno sento nuovamente quella forte attrazione verso la strada, osservo lo zaino triste messo da parte e non posso far altro che seguire il richiamo».
Hai attraversato 16 paesi, senza mai usare l’aereo. Si tratta di una scelta solo ecologista, oppure c’è dell’altro?
«Cercavo un esperienza di viaggio più intensa che mi permettesse di scoprire le reali distanze del mondo, di avere un contatto culturale più autentico con la popolazione locale condividendo lunghi viaggi in pullman. Oppure di scoprire luoghi in cui solitamente il turismo non passa».
Come era fatto il tuo zaino alla partenza e come è cambiato?
«All’inizio era più pesante, ma più vado avanti e più diventa leggero perché mi rendo conto di quanto l’essenziale sia minimo. Basta lavare spesso i pochi vestiti e non essere vanitosi. Non posso rinunciare ai tappi per le orecchie, a un buon libro, al sacco a pelo termico. Ho regalato alcuni vestiti di troppo o libri ingombranti».
Credi che un viaggio così lo possa fare anche una donna sola?

«Ho incontrato tante donne che viaggiano sole sia in Asia e in Sud America, credo che una donna possa fare un viaggio simile ma deve avere una certa esperienza alle spalle».
Ti sei mai sentito solo?
«Esclusivamente quando ho avvertito i sintomi della malaria in un ostello cinese nel Laos. Nessuno parlava inglese e non erano interessati ad aiutarmi. Con 40 gradi di febbre sono dovuto uscire da solo e cercare un tuk tuk (il tipico taxi a tre ruote diffuso in Asia, ndr) che mi portasse all’ospedale. Per il resto sono abituato alla solitudine e non mi pesa».

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Che valore hanno il tuo blog, Facebook, mezzi che ti permettono di restare collegato con il resto del mondo, in qualsiasi posto ti ritrovi?
«Ha un valore immenso perché è un profondo piacere condividere questo mio grande amore verso il viaggio e l’umanità. Questa è la mia missione: creare un canale di comunicazione alternativo ai media per raccontare tanti aspetti positivi del mondo che vengono solitamente trascurati. Ispirare altri sognatori come me per realizzare un esperienza simile».
Qual è il luogo in cui vorresti tornare?
«L’India, vorrei andare a vivere a Varanasi».
Quale quello che ti ha colpito negativamente, che non avevi voglia di raccontare?
«La Corea del Sud, mi sono sentito spesso indesiderato. Inoltre varie terribili guerre hanno devastato gran parte delle sue meraviglie del passato e la modernizzazione ha preso il sopravvento».
Cosa facevi prima di partire e qual è stato il momento in cui hai deciso di iniziare il viaggio?
«Lavoravo per una ditta che realizza impianti fotovoltaici. Mi occupavo della burocrazia ed era parecchio frustrante. Ho deciso quando ho dato le dimissioni, anche se l’idea la covavo da diverso tempo. D’altronde siamo in molti ad avere questo sogno».
Di cosa vivi? Hai dei risparmi o fai dei lavoretti per pagarti il viaggio?
«Sono partito con una buona base economica, inoltre ho due lavori che svolgo strada facendo. Uno legato all’occupazione che avevo in Italia e inoltre scrivo articoli per Greenews sulla sostenibilità ambientale».
Ti sei ispirato a qualcuno?
«Sono cresciuto leggendo Chatwin e Kapuscinski, ma Tiziano Terzani è il più grande esempio da seguire».

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