Estinzione e falsi miti

(foto Bruce Hood)

Riflessioni sulla storia del pianeta e su cosa ci attende.

di Lucia Del Chiaro

L’ispirazione per questo articolo arriva da una bella mostra del Natural History Museum di Londra, posto magico e appassionante non solo per i naturalisti, ma per tutti coloro che hanno voglia di vedere cosa si nasconde dietro l’apparenza delle cose. Per vedere le altre foto di Hood: www.flickr.com/photos/bruce-hood

Specie tenere e meno tenere
Pensando alle estinzioni vengono alla mente i casi più eclatanti: i dinosauri (estinti) il dodo (estinto) il panda (in via di estinzione) la tigre (in via di estinzione), la balenottera azzurra (specie minacciata) e altri animali, più o meno simpatici, più meno raffigurabili su una maglietta, più o meno “marketizzabili”.
Alcuni animali suscitano, ai nostri occhi di esseri umani, empatia maggiore di altri. Molto spesso i nostri favori vanno verso specie dall’aspetto tenero e indifeso, come le raffigurazioni del panda o del dodo alle quali ci ha abituato il sano marketing ambientalista.
In fin dei conti è la nostra forma mentale che ci predispone a impegnarci per quello che “ci sta simpatico” o al quale vogliamo bene e un grande ruolo lo ricopre la cultura all’interno della quale cresciamo. Molte persone che mangiano mucche o maiali troverebbero eticamente disdicevole mangiare gatti o cani, perché abbiamo classificato gli animali secondo lo scopo che tradizionalmente viene loro attribuito: “da compagnia, da allevamento (che corrisponde a “da mangiare”) da lavoro, eccetera.
La stessa cosa avviene per il concetto di salvaguardia.
È assai più semplice impegnarsi per la salvaguardia del muflone, della foca monaca, del panda gigante che di un polichete o di un anellide o di un pesce. Quasi ognuno di noi ha in casa un panda o un delfino di peluche, quanti hanno un ragno, un tonno o un merluzzo?

Il caro estinto
La nostra specie, Homo sapiens, è, per un accidente della storia, l’unica rimasta in vita del suo genere, l “Homo”, che ha visto estinguersi, in milioni e centinaia di migliaia di anni tutte le altre specie a lei affini, sia del genere Homo che del genere “Australopithecus”, precedente e antenato di Homo. La nostra galleria di antenati è un lungo corridoio di nonni e cugini scomparsi, come i quadri di un vecchio maniero diroccato. Solo per fare qualche esempio, partendo dalla “nonna” più famosa:
Australopithecus afarensis: vissuta circa 4 milioni di anni fa
Homo habilis: vissuto fra 2,4 e 1,5 milioni di anni fa
Homo erectus: vissuto fra 2 milioni di anni fa e qualche centinaio di migliaia di anni fa
Homo neandertalensis: comparso 200 mila anni fa e scomparso circa 40 mila anni fa

Ho scelto questi pochissimi rappresentanti della nostra lunga storia evolutiva solo perché, esattamente come il panda gigante o la foca monaca, “mi stanno più simpatici”, ma li dobbiamo immaginare come alcune, rare, foto di un lungometraggio invece complesso e articolato.
Lucy (Australopithecus afarensis) non solo si chiama come me, ma è considerata la specie che ha dato origine alla nostra specifica linea, in un ambiente, quello della savana di 4 milioni di anni fa, nel quale tantissime altre australopitecine si affacciavano alla ribalta. Aveva il cranio grande più o meno come quello di uno scimpanzé e sapeva sia camminare eretta sia arrampicarsi sugli alberi, ma è da considerare a tutti gli effetti il primo nostro antenato bipede (il che ci dice anche che prima siamo diventati bipedi e poi abbiamo avuto un grande cervello).
Homo habilis, vissuto due milioni di anni fa e bis bis bis… bis nipote di Lucy è da considerarsi il primo Michelangelo dell’umanità: per primo ha avuto l’idea di prendere un sasso, batterlo contro un secondo sasso e ottenere un chopper: un arnese rudimentale che gli avrebbe permesso di rompere le ossa delle prede uccise dai grandi carnivori, una volta che questi si fossero stufati e le avessero abbandonate alle iene e agli avvoltoi. Non ci illudiamo, i nostri primi passi all’interno dell’umanità erano passi da spazzino della savana, eravamo alti un metro e trenta circa, avevamo pochissimi muscoli rispetto a qualsiasi altro animale e debolissimi denti, la nostra vita era rosicchiare radici e poco altro, a parte quando qualche leone ci concedeva gli avanzi del suo fiero pasto.
Homo erectus è invece colui che un milione e mezzo di anni fa ha addomesticato il fuoco e con il fuoco fra le mani ha colonizzato mezzo mondo, seguendo le grandi migrazioni degli animali. Piano piano è uscito dall’Africa, è andato in Asia, dall’Asia in Europa e ha formato popolazioni stabili, che si sono poi estinte, lasciando al loro posto il nostro cugino più prossimo: Homo neanderthalensis.
Homo neanderthalensis è una specie per lo più euro-asiatica, che viveva nei ghiacci della prima glaciazione di Würm in un’areale abbastanza vasto, che andava da Gibilterra alla Germania, al medio oriente fino all’attuale Iran.
Ebbe un solo grande nemico. Homo sapiens.
Homo sapiens, originatosi in Africa 200 mila anni fa da ceppi di Erectus rimasti, ha infatti colonizzato il mondo circa 100 mila anni fa, e ha convissuto con il Neanderthal verosimilmente per circa 60 mila anni.
È considerato la causa principale dell’estinzione di quest’ultimo, e molte teorie sono state cercate per spiegare questo fenomeno. La teoria che per anni ha riscosso maggior fascino è stata quella dell’ “interbreeding” genetico: le due specie si sarebbero accoppiate ma fra i geni “sapiens” e quelli neandertaliani, i primi avrebbero avuto la meglio (all’incirca come i caratteri dominanti sui recessivi). Questa teoria ha vissuto fasi altalenanti di successo, anche perché, in paleontologia, ogni cosa è vera “fino alla prossima scoperta” ed è notizia di questi mesi che questo approccio stia leggermente riprendendo piede, come viene spiegato qui. Le altre teorie parlano di malattie introdotte da Sapiens alle quali i Neandertal non erano pronti, oppure di genocidi veri e propri, o di semplice “competizione”: le due specie competevano per lo stesso ambiente e una delle due aveva una marcia in più, che gli permise di sfruttare meglio le risorse a disposizione.
Verosimilmente è una mescolanza di tutte queste cose. Fatto sta, che la comparsa di Homo sapiens, ha avuto, come prima grande conseguenza, l’estinzione della sua specie cugina.

L’estinzione nel contesto della vita di una specie
Le specie viventi non sono fisse e immutabili, ma si formano, si evolvono e si estinguono, in tempi più o meno rapidi, in modi placidi o drammatici. L’estinzione è il destino più o meno ineluttabile di ogni specie che si affacci sulla Terra, che ci metta 200 milioni di anni come i dinosauri, o 23 milioni di anni come lo “smilodon”, la tigre dai denti a sciabola.
Pensare al trascorrere di 23 o 200 milioni di anni non ci è possibile, è fuori dal nostro personale e umanissimo conto del tempo, anche perché siamo su questo pianeta da circa duecentomila anni, che sono soltanto un millesimo del tempo trascorso dai dinosauri sulla Terra, pianeta della quale ci consideriamo adesso i custodi. È come il bambino che guarda il mare e pensa che sia suo.
Le cause di estinzione di una specie possono essere molteplici, variazioni ambientali più o meno rapide, tassi di riproduzione ridotti a causa di mutazioni, habitat ristretto, isolamento e conseguente consanguineità e molte altre. Possono essere cause riconducibili all’uomo oppure cause del tutto imprevedibili, come il meteorite che ha con ogni probabilità cancellato, insieme ai dinosauri, il 76% delle specie presenti alla fine del cretaceo (65 milioni di anni fa), creando involontariamente i presupposti affinché i mammiferi, fino ad allora costretti in nicchie ecologiche piccolissime, potessero espandere il proprio areale, evolversi in nuove specie e colonizzare gli spazi nei quali siamo abituati a vederli adesso.

Le grandi estinzioni di massa nella storia della Terra
Quella del Cretaceo però non è stata la sola grande estinzione di massa di cui i fossili rendano traccia. È stata solo l’ultima registrata in ordine di tempo. Prima di lei, andando a ritroso, si osserva nei fossili un’altra grande estinzione, quella che segna il passaggio fra Triassico e Giurassico e che è avvenuta 203 milioni di anni fa, forse a causa di drastici cambiamenti ambientali come l’innalzamento della temperatura, del livello del mare e dell’erosione delle coste.
Anche in questa grande estinzione la Terra “perse” fra il 70 e l’80% delle sue creature e “assistette” alla nuova fioritura della vita poco dopo.
Prima ancora ci fu la più catastrofica di tutti, che portò alla scomparsa del 90% delle specie marine e del 50% delle famiglie terrestri esistenti: la grande estinzione che segna il passaggio fra Permiano e Triassico (257 milioni di anni fa). Non ci sono grandi teorie accreditate per questa ecatombe della preistoria ma una delle possibili cause sembra legata alle grandi eruzioni vulcaniche delle cosiddette “Siberian traps”.
La più “vecchia” estinzione di massa registrata nei fossili è infine quella del Tardo Devoniano (377 milioni di anni fa) che fece scomparire l’86% delle specie esistenti nel giro di “soli” 3 milioni di anni.
Ad ogni estinzione epocale la vita reagì con fantasia e rinnovato vigore, come un bosco incendiato che con la pioggia e col tempo riparte dalle pianticelle che fino a quel momento non avevamo notato o alle quali non avevamo dato importanza, perché nascoste dai grandi e maestosi tronchi andati perduti. I fossili ci raccontano un passato geologico fatto di forme incredibili e meravigliose, perse per sempre sia nelle forme che nei piani corporei, e di nuove specie che hanno preso il loro posto nella giostra imprevedibile della vita sulla Terra.

E quindi?
Allora non è importante salvaguardare le specie viventi?
Sì, senza dubbio lo è. Ma è il motivo che spesso viene distorto. Spesso infatti confondiamo la protezione dell’ambiente con la cura di qualche essere indifeso che ha “bisogno di noi”.
Ma non è così.
La buona notizia è che “l’ambiente” non ha bisogno di noi. Il pianeta Terra pullula di forme viventi da quando ha iniziato a raffreddarsi ed era poco più di una mela al forno rinsecchita. La capacità della vita di sopravvivere alle grandi estinzioni di massa è incredibile, la fioritura di nuove forme, di nuovi piani corporei, di nuovi stili di vita che si osserva nella registrazione fossile è quasi immediata e strabiliante. La caduta di un asteroide ha estinto in passato l’80% delle forme viventi e noi pensiamo di essere i custodi del pianeta.
Ma c’è anche una cattiva notizia in tutto questo. Siamo noi ad aver bisogno di un ambiente “sano”.
L’ecologia è la scienza che studia la “casa” degli esseri viventi: oikos, in greco vuole infatti dire “casa” o anche “ambiente”; e logos, “discorso” o “studio”. Noi non ripariamo il tetto di casa nostra o non facciamo manutenzione all’impianto elettrico perché “gli vogliamo bene” o perché sono carini e teneri da guardare. Noi ci preoccupiamo che casa nostra sia pulita, libera dai pericoli e sicura perché ci viviamo dentro e ne va della nostra incolumità, della nostra e di quella dei nostri figli e nipoti. Ogni animale ha una “casa”, che gli ecologi chiamano “nicchia”. È descrivibile come l’insieme delle abitudini alimentari, comportamentali e vitali in generale. È la somma del dove si vive, cosa si mangia, in che quantità e interferendo con chi altro: competitori, alleati, parassiti, semplici spettatori. L’insieme delle nicchie ecologiche collegate tra loro costituiscono un “habitat” che è una fetta di mondo, nel quale si consumano le relazioni ecologiche fra più specie. Ogni animale e ogni pianta fanno parte di un habitat, che può essere più o meno grande. Il panda, mangiando solo bambù, è costretto, a parte negli zoo, a vivere in un habitat piccolissimo: le foreste di bambù della Cina. L’uomo, al contrario, ha esteso il suo habitat a tutto il pianeta. L’uomo è capace di vivere in qualsiasi habitat, perché si è dotato della tecnologia, che supplisce alle carenze “fisiche”.
Il panda si sta estinguendo perché il suo habitat sta diventando sempre più piccolo: l’eliminazione delle foreste di bambù restringe il suo habitat ogni giorno che passa. Poiché l’uomo ha come habitat l’intero pianeta, è della salvaguardia del pianeta che si deve preoccupare. Ma è la sua, la specie da difendere, nessun’altra.
Un ecosistema in natura sopravvive ai cambiamenti in modo proporzionale alla diversità che esso contiene, è un parametro che prende il nome di elasticità ambientale.
Se prendiamo ad esempio le rive di un fiume italiano qualsiasi, uno di quelli che in estate è un rigagnolo e in inverno una furia, l’ecosistema “riva del fiume” sarà tanto più in salute quante più diverse possibilità di sopravvivenza si assicura: dovranno esserci piante che stentano (ma sopravvivono) alla siccità, e piante che resistono ai periodi di inondazione, animali che dormono nel fango e animali che volano o animali che scavano gallerie, piccole e grandi nel terreno molliccio, ma anche animali che sopravvivono al sole estivo; insomma, se la lotta per la sopravvivenza non è una lotta ma una lotteria, quanti più biglietti compriamo, più possibilità abbiamo di vincere.
Per cui la ricchezza in specie diverse, che nel campo dell’ecologia si chiama “biodiversità” è uno dei parametri che aiuta l’uomo a sopravvivere durante i cambiamenti climatici, nei quali variando il clima varia anche l’habitat e cambiando l’habitat, cambia anche la nicchia ecologica nella quale possiamo vivere. Riducendo la biodiversità, ci potremmo trovare costretti a mangiare solo ciò che un giorno potrebbe sparire, e faremmo la fine del panda che rosicchia un solo tipo di canna. In concreto, quello che possiamo fare affinché il tetto della casa non ci cada sulla testa è occuparci del pianeta non con l’occhio del custode, ma con l’occhio del contadino, che sa che dalla terra proviene il cibo col quale dovrà sfamare tutta la famiglia.
Non è la Terra ad avere bisogno di noi, siamo noi ad avere bisogno di lei.

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