cirò rosato giorgio fogliani

Situazione, dubbi, prospettive del rosé calabrese

di Giorgio Fogliani 

agosto 2018

Dei tre colori in cui si può declinare il cirò, se il rosso regala le bottiglie più note e iconiche, mentre il bianco è la versione più recente e ancora sfuocata, il rosato è il vino forse più affascinante e tormentato.

Parlate di vino con un vignaiolo di Cirò o di Cirò Marina, e con ogni probabilità vi confesserà il suo amore per la tipologia, protagonista della sua tavola. Le ragioni possono essere diverse, e rimandano a un passato in cui il vino rosso, la cui produzione richiedeva cura e perizia, era una ricchezza da esportare, o da riservare ai giorni di festa, o da lasciar invecchiare per qualche tempo. In sua mancanza, o in sua attesa, ecco un vino pronto prima e meno impegnativo, più adatto alla cucina contadina, che si riservava la carne per le grandi occasioni (dove ritrovava, per l’appunto, il rosso). Si trattava di un rosato ottenuto con una dozzina di ore di contatto con le bucce, che gli conferivano quindi colore e struttura non trascurabili.

Ma la vocazione di Cirò a produrre grandi rosati s’intravede oggi solo a luminose folate. Ne sanno qualcosa i pochi fortunati che a marzo 2018 hanno partecipato alla degustazione “Splendore e tenacia del cirò rosso”, a Live Wine, dove accanto a una superba batteria di rossi fu stappato un cirò rosato “vecchio stile” del 1983, vinificato dal padre di Sergio Arcuri, sorprendente quanto memorabile. Lo sanno bene anche i tanti estimatori di uno dei migliori rosati prodotti in zona, quello di Francesco De Franco (che pure, bizzarramente, esce sotto l’Igp Calabria rosato).

Il panorama dei rosati odierni sembra invece “indeciso” su quale strada imboccare, se quella più filologica di un vino più estratto e colorato (quasi cerasuolo), o quella modernista di un rosato tenue, da pressatura diretta, o quasi. Una questione certo importante in termini di identità e di posizionamento sul mercato, che aiuterebbe il consumatore a capire che tipo di rosato aspettarsi da un cirò; ma che non va scambiata per una questione di qualità assoluta. Di entrambe le “scuole di pensiero”, anzi, si assaggiano vini buoni e meno buoni, cosa che complica ulteriormente il panorama.

La torrida annata 2017 ha messo a dura prova i vignaioli, che si sono dovuti cimentare con livelli di maturità ragguardevoli, al punto che non mancano versioni di cirò rosato appesantite, e persino con residui zuccherini di cui si farebbe volentieri a meno. Ecco invece qualche assaggio confortante, frutto della mia ultima trasferta, in occasione di Rosso Calabria, a luglio scorso:

Calabria rosato 2017 ‘A Vita
Il rosato di De Franco sfoggia una delle sue versioni più riuscite, confermando una certa severità espressiva, che indurrebbe ad attenderlo alcuni anni. Frutto tutt’altro che esibito, ma trama ritmata, coinvolgente e minerale. Potenza alcolica appena sopra la media, probabile effetto millesimo.

(12 ore di macerazione)

Cirò rosato 2017 Cataldo Calabretta
Versione più convincente delle annate precedenti, che interpreta al meglio l’annata. Metà della massa in pressatura diretta, l’altra metà con una notte di macerazione; non rinuncia a una certa rotondità, che però è golosa e già godibile, specie a tavola, senz’alcuna pesantezza.

Cirò rosato 2017 Ippolito1845
Pionieri del rosato, che imbottigliano da prima che nascesse la Doc Cirò, gli Ippolito hanno da qualche anno volontariamente rinunciato alla versione più “tradizionale” di rosato per virare su un vino da pressatura diretta, color occhio di pernice. Di mano sicura e fattura tecnica, il vino può rappresentare un riferimento per gli amanti di questo stile. Profumi delicatamente fruttati, bocca resa dinamica da una sensazione pseudo-carbonica, chiusura secca e ordinata per un vino destinato più all’aperitivo che alla sostanziosa cucina locale. Concezione peraltro assai simile all’altro rosato aziendale, il “Pescanera rosé”, da uve greco nero.

Cirò rosato 2016 Tenuta del Conte
Agli antipodi stilistici del vino di Ippolito si trova il coraggioso rosato di Mariangela Parrilla: 32 ore sulle bucce, tinta carica, naso d’impronta sorprendentemente chinata, macerativa e sottilmente ossidativa, ma senza caricature. Assaggio tonico e rinfrescante, di chiara impronta nature.

Il futuro del rosato di Cirò non passa solo dalla scelta stilistica, che pure ha la sua rilevanza. Si basa più in generale sull’importanza e sul ruolo che si vuol dare a questo vino, che difficilmente rivivrà i fasti del passato se vivrà all’ombra del rosso. Tanto dal punto di vista commerciale, quanto della scelta delle uve o delle tecniche produttive, il rosato merita una concezione e una programmazione proprie, non in subordine rispetto al rosso. Solo così potrà ritagliarsi lo spazio che merita, e agganciare il treno di una stagione piuttosto favorevole a una tipologia da sempre fortemente condizionata dalle mode passeggere. 

Una vecchia bottiglia di Cirò rosato / rosé di Ippolito – fotografia © Giorgio Fogliani
(Una vecchia bottiglia di Cirò rosato di Ippolito – fotografia © Giorgio Fogliani)

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