Bovesia: minoranze viticole

(fotografia © Giorgio Fogliani)

La lingua (quasi) salvata, il vino chissà.

di Giorgio Fogliani

La Bovesia è un’area di un pugno di comuni all’estremo sud dell’Aspromonte reggino; prende il nome da Bova, un paesino delizioso inerpicato a 900 metri.
Ospita una minoranza linguistica ellenofona: fino a due generazioni fa nei paesi di Bova, Condofuri, Gallicianò, Roccaforte del Greco, Pentidattilo e alcuni altri la lingua principale era una varietà di greco, conservatasi miracolosamente nei secoli, complice probabilmente l’isolamento fisico di questi posti. I linguisti si arrovellano per capire se questo greko – è la dicitura che oggi preferiscono alla più nota grecanico – sia di origine magnogreca o bizantina (1), fatto sta che oggi la lingua è a serio rischio estinzione, soppiantata dal calabrese e dall’italiano. Se non è ancora estinta, e se sopravvivrà, non è però per il naturale processo di perpetuazione di una lingua, cioè il suo essere parlata dai genitori ai figli, seguendo il quale sarebbe già morta, bensì per un’azione cosciente, e vorrei dire deliberata, di salvataggio, compiuta da intellettuali del luogo e linguisti. Gli uni e gli altri hanno provveduto a studiare un sistema di trascrizione (in alfabeto latino) di una lingua ormai soltanto orale; ad ascoltare e a interrogare i parlanti anziani; ad ancorare la lingua ad altri aspetti della cultura greca (religiosi, etnografici, culinari); a ricostruire, se non a imbastire ex novo, un’identità greca e a cucire i rapporti con la Grecia e la grecità (negli ultimi decenni sono arrivati in Calabria dal mare Egeo ambasciatori, monaci, persino il patriarca di Costantinopoli!); a sensibilizzare le istituzioni italiane per proteggere e sovvenzionare la minoranza linguistica. Un processo culturale e politico, quindi, che ad alcuni potrebbe sembrare forzato o persino posticcio, attratti come siamo da tutto ciò che ha un decorso naturale e a diffidare di ciò che è, invece, intellettuale. A me sembra invece che recuperare un’identità – anche ingenuamente, a volte – così originale e così prestigiosa come quella greca sia forse l’unico e l’ultimo modo per evitare che gli ormai pochi abitanti di queste montagne le abbandonino per sempre, attratti dalla comoda civiltà dei brutti paesi costieri. 

(Bovesia, Aspromonte – fotografia © Giorgio Fogliani)
(Bovesia, Aspromonte – fotografia © Giorgio Fogliani)

È un tentativo disperato e ce n’è un bisogno tremendo. Nel 2021 queste montagne stanno letteralmente bruciando. Gli incendi sono ormai un appuntamento estivo fisso, ma quest’anno la loro proporzione è esiziale: la gente li commenta con una rabbia rassegnata. (Possibile che né il potere pubblico né la società nei suoi gangli più interni abbiano un’idea di chi appicchi gli incendi e perché? Possibile. Si sentono teorie più o meno cospiratrici, più o meno credibili: l’unica ipotesi che in due giorni sul territorio non ho udito formulare è quella su cui indagherei per prima: la mafia). Gli incendi devastano un territorio divorato dalla siccità. La siccità viene dalla crisi climatica, ma anche dall’abbandono agricolo, figlio dello spopolamento di cui parlavo sopra: meno piante, più siccità, più incendi, meno piante ancora. Bruno Traclò, uno degli ultimissimi viticoltori della zona, mi racconta montagne verdi e vitate, paesani che fanno il giro delle osterie; oggi resta appena qualche sparuto vigneto dedicato all’autoconsumo. La montagna è ripida, la viticoltura è pesante, assai più che la pastorizia, la coltivazione di agrumeti vicino alla costa o, naturalmente, il terziario. Eppure la vocazione viticola è evidente: l’ettaro e mezzo che Bruno coltiva da una vita assieme al fratello Carmelo è uno dei luoghi potenzialmente più belli in cui possa dimorare una vite: aggrappato a una collina a 650 metri, a 20 minuti dal mare, con lo sguardo all’Etna – nelle belle giornate si vede Siracusa, mi assicura, ma con la foschia di questo agosto assurdo non si vede neppure la Sicilia – e circondato da fichi, querce, olivi, fichi d’India e ampelodesmi, le piante che come suggerisce il nome (greco!) servono a legare le viti. Ma camminare nel vigneto è un crepitare di erba secchissima, le viti sono tutto un incartocciarsi di foglie riarse, e Traclò guarda con amarezza le sue viti sofferenti: «Quest’anno faccio dieci quintali, se va bene». È dentista, fa il vignaiolo per passione, e da meno di un decennio imbottiglia un buon rosso, mediterraneo, appena rustico (vino rosso o palizzi rosso Igp a seconda delle annate: nerello mascalese e poche piante di castiglione, guardavalle e qualche altra varietà) chiamato Lanò, che in greko – per l’appunto – significa palmento. Un vino che è anche un monito: come la lingua, così la viticoltura non si salva da sola. • 

fogliani@possibiliaeditore.eu

(Bovesia, Aspromonte – fotografia © Giorgio Fogliani)
(Bovesia, Aspromonte – fotografia © Giorgio Fogliani)

 

(1) I primi coloni greci arrivarono in Italia nell’VIII secolo a. C, sottomettendo le popolazioni preesistenti. Furono poi assorbiti dalla civiltà romana, ma mantennero a lungo lingua e tradizioni. Alla fine del primo millennio dopo Cristo, in epoca bizantina, vi fu qualche altro arrivo di monaci dalla Grecia. È difficile stabilire a quale di questi periodi si leghino il greko di Calabria e il grico salentino (un fenomeno simile). È bene comunque ricordare, per capire quanto sia importante l’identità bizantina per i greci, che per tutto il Medioevo e l’Età moderna, e fino al Romanticismo, i greci di Grecia percepivano se stessi come eredi dell’Impero romano d’Oriente (cristiano ortodosso) e non come eredi della Grecia classica.