Il Regno “Unito” rinuncia a Satana

(elaborazione © Possibilia Editore)

I britannici rifiutano l’Europa unita al 51,9%, grazie al voto degli anziani. E poi sembra che qualcuno si svegli ora. 

di Samuel Cogliati

24 giugno 2016

Dunque, da un rapido, superficiale esame preliminare emergerebbe ad esempio che: 

la responsabilità dell’uscita del Regno Unito (o dovremmo dire di Inghilterra e Galles, dato che Scozia e Irlanda del Nord già sembrano sobbollire all’idea di trovare il modo di restare con noi) sia da ascrivere agli ultracinquantenni, la fascia della popolazione che ha fatto pendere l’ago della bilancia in favore del leave. Il che sembra significare che la generazione che più di altre ha goduto dei decenni “buoni” dell’illusione economica occidentale, del lavoro stabile, della pensione sicura, ecc., e la cui impostazione del progetto europeo ha fallito, ora decida di inguaiare i cosiddetti “giovani” che già se la vedono brutta (e che se la dovranno sfangare molto più a lungo di loro). Certo, i dati dicono che i “giovani” hanno disertato le urne (e si potrebbe dire che chi è causa del proprio male pianga sé stesso), ma, dato che non si tratta né di un fenomeno nuovo, né di un caso isolato, sarebbe il caso che la classe politica si chiedesse davvero perché; 

David Cameron fece della promessa di indire un referendum sulla cosiddetta “Brexit” uno dei nodi delle sue ultime campagne elettorali interne. Una volta rieletto, ha mantenuto la promessa, ma iniziato a parteggiare contro le motivazioni del referendum stesso. Ha poi sostenuto che, qualunque fosse stato l’esito della votazione, non avrebbe lasciato la carica di primo ministro. Uscito sconfitto dalle urne il 23 giugno, ha dichiarato che si dimetterà entro ottobre;

alcuni capi di Stato europei, come il presidente della Repubblica francese François Hollande o la cancelliera tedesca Angela Merkel, si sono affrettati a deplorare pubblicamente l’esito del voto britannico, e a mettere in guardia gli europei sulle conseguenze di quest’evento e sulla pressante necessità di ripensare l’Europa in modo diverso, comprendendo i motivi di disaffezione dei cittadini. Sono le stesse personalità politiche che, da anni, perseguono una politica di stretto rigore economico, di tagli della spesa pubblica, di asservimento all’FMI, di strangolamento insensato di paesi come la Grecia, il cui debito pubblico – concordano gli specialisti – non sarà mai rimborsabile.

Tutto ciò riflette un’incoerenza flagrante anche agli occhi di un bambino. O forse è l’ennesima, scontata dimostrazione che gli esseri umani, di fronte ai problemi veri – ovvero non “dove andiamo in ferie quest’estate? Che operatore telefonico scelto?” – dànno risposte emotive e totalmente irragionevoli. A meno che non siano precocemente, pressantemente e metodicamente forniti di strumenti adeguati. Eppure c’è ancora più di qualcuno che sostiene che investire in cultura ed educazione non sia redditizio ma voluttuario. Tranne qualche eccezione: «Vamos a invertir primero en educación, segundo en educación, tercero en educación. Un pueblo educado tiene las mejores opciones en la vida y es muy difícil que lo engañen los corruptos y mentirosos» (José Pepe Mujica, presidente della Repubblica dell’Uruguay, 2010-2015).

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