Il nome di Dio. Invano, ma non di molto.

(Francia-Italia durante il Sei nazione – foto: dominio pubblico)

Il Sei Nazioni, la diretta e la bestemmia: scovate l’errore…

di Samuel Cogliati

febbraio 2016

Un tempo la tecnologia si accontentava di restare «tutto intorno a te». Oggi la tecnologia più avanzata entra in casa nostra, e qualche volta senza bussare. Il nostro smartphone è così intelligente da volere sapere dove siamo in qualunque momento (la funzione si chiama “localizzazione”, e quando vuoi disattivarla, l’apparecchio ti avverte che non potrai più godere di infiniti benefici; ma non ti avvisa delle conseguenze quando la attivi). Facebook ti propina filmini, compleanni, ricordi e gallerie fotografiche della tua vita a profusione e a tua insaputa, facendoti sentire il più coccolato (o pedinato) del mondo. Qualunque sito dotato di banner pubblicitari torna alla carica per farti acquistare ad ogni costo l’oggetto, il viaggio o la prestazione che pochi istanti prima avevi deciso di snobbare su un altro sito di e-commerce. E via di questo passo. 

Sabato 6 febbraio, prima giornata del torneo 2016 delle Sei Nazioni. Primo incontro: Francia-Italia allo Stade de France di Saint-Denis. Meno di tre mesi dopo gli attentati di novembre. Atmosfera commossa, tensione tra i francesi, con l’esordio in panchina di Guy Novès, “Monsieur rugby“, attesissimo salvatore della patria dopo cinque anni di digiuno assoluto. I “galletti” devono tornare a vincere e smettere di deludere. L’Italia, come spesso accade in questi casi, non ha molto da perdere. Il tecnico Jacques Brunel (ex selezionatore proprio dei Bleus) è alla sua ultima stagione; un po’ costretto dalle circostanze, rischia il tutto per tutto e schiera vari esordienti, tra cui alcuni giocatori semi-dilettanti. Sembra una follia. Il compito del capitano azzurro, Sergio Parisse, è ancora più difficile del solito (ma poi si rivelerà incontestabilmente il migliore uomo in campo).
Allo Stade de France, pochi minuti prima del fischio d’inizio, le squadre sono chiuse negli spogliatoi. Non c’è più nulla da preparare sul piano fisico, ma è il momento del morale, della psicologia. Da buon capitano, Parisse raccoglie la squadra attorno a sé e inizia il suo discorso di incoraggiamento.

La tecnologia – in questo caso i media, con le loro telecamere ormai bramose di essere presenti ovunque – entra anche in questa casa. A dire il vero questa volta bussa alla porta, prima. Non è dato sapere se qualcuno risponda e autorizzi il cameraman a entrare. Ma egli entra. Penetra di poco, qualche metro, forse solo alcuni centimetri, nel privato dello spogliatoio azzurro, poi forza lo zoom sulla coorte degli italici rugbisti. Il capitano arringa i compagni con parole di incitamento, di fiducia, li sprona con foga alla battaglia. La vigilia, aveva dichiarato alla stampa che l’Italia aveva poche probabilità di vincere, ma che potevano bastare! Alle televisioni l’immagine del groviglio di giocatori stretti a cerchio attorno al loro condottiero non basta: vogliono anche il sonoro. Così il microfono s’insinua, in stereofonia e in diretta, tra le parole di Parisse. Sono parole veementi, da vero capo, convincenti, animose, piene di brio. Non si capisce tutto ma si intuisce. Finché, ad un certo punto, si capisce tutto chiaramente: l’incitazione ai compagni è a immolarsi fino alla fine, fino all’ultimo secondo della sfida: «…80 minuti, p…. d..!». Risuona benissimo, cristallina e alta, quella bestemmia con funzione conativa, piena di ardore e di convinzione. Poi il rompete le righe, e tutti in campo; è ora della battaglia.
Tecnologia: m’hai provocato? Volevi di più? Eccoti servita a dovere. L’uomo riprende il sopravvento sulla macchina, sconfitta per sempre.

In campo l’Italia – lungi dall’essere perfetta, sarebbe impensabile – fa un partitone. I cugini francesi, chiaramente più forti nel potenziale, sono sbaragliati sul piano del brio, della voglia, della determinazione. Alla fine il tabellone non regala al XV azzurro la storica vittoria sul campo di Parigi, ma ci va molto vicino: 23-21 per i transalpini. E, una volta tanto, come succede raramente nel rugby, forse non del tutto meritatamente.

cogliati@possibilia.eu