Fukushima mon amour

(foto Lucia Del Chiaro)

In Giappone, prima. «Volevo a tutti i costi toccare il mare. E pensavo che i miei colleghi vivono qui».

di Lucia Del Chiaro 

Iwaki, 25 gennaio 2011.

Volevo a tutti i costi toccare il mare.
Non ero mai stata sul Pacifico prima di allora e non sapevo quando mi sarebbe successo di nuovo di vederlo dalla finestra dell’albergo.
Lo scoglio di fronte alla mia camera mi pareva il più bello mai visto, come un dente gigante, spuntato dal mare e dal mare completamente circondato.
E non sentivo storie. Avevo il pomeriggio libero, ero appena arrivata e volevo toccare il mare. Così convinsi la mia amica Serena a venire con me.

L’albergo era uno di quegli alberghi che cambia faccia e pelle passando dall’estate all’inverno; ne avevo già visti di così nelle nostre stazioni balneari, piene di vita d’estate e morte in inverno, con l’aria umida, fredda, la poca gente per strada, le giornate che si fanno improvvisamente buie alle cinque del pomeriggio.
Ma non mi importava, ero capitata lì, ero davanti al mare e non potevo tollerare di andarmene senza averlo toccato.
Così uscimmo alla cieca, con una cartina in mano, scritta in caratteri indecifrabili. Prendemmo l’unica strada che usciva dal complesso residenziale, che però andava misteriosamente in salita, in senso ostinatamente diverso dai miei desideri.
Costeggiammo una siepe di camelie, era la prima volta che ne vedevo una, la camelia per me è un cespuglio che cresce in un giardino di nonna, una pianta per anziane signore dal cappello di paglia e l’annaffiatoio in mano. Non ero abituata a vederla costeggiare una strada, come un bosso qualsiasi.
Al primo bivio provammo a scendere. Ma la strada si interruppe subito. Ci ritrovammo in un campo, ma andava bene anche quello. Meravigliate dai cavoli enormi, dalle cipolle diverse dalle nostre, da strane rape verdoline che uscivano dal terreno grigio e friabile.
Alcune persone con le carriole trasportavano rami secchi e ci salutavano incontrandoci, ci sentivamo intruse nella vita altrui, ma il sorriso gentile di quegli uomini con le tute da lavoro e gli stivali ai piedi ci faceva sentire un po’ a casa.
Sempre più perse continuammo a cercare il modo per scendere dalla scogliera. Ogni volta un muretto, un cancello, una sbarra ci impediva la discesa. Ogni volta trovavamo qualcosa di diverso al quale appassionarsi.
Un parco pubblico con gli alberi potati come nei cartoni animati, un mucchio di lattine buttate tutte insieme in un punto della strada, tutte contenenti la stessa marca di caffè, un arco di legno formato da tre tronchi d’albero messi ad angolo retto, che ospitava una minuscola casa di pietra e strisce sottili di carta bianca che sventolavano al vento.

(foto Lucia Del Chiaro)
(foto Lucia Del Chiaro)

E alla fine trovammo una torretta. Un finto faro marino, sul bordo della strada, con una scala a chiocciola che saliva su, verso la finta lampada, ovviamente spenta.
Mancava poco a che si facesse buio e così decidemmo di salire, per vedere almeno il mare da lì. Girammo intorno alla torretta seguendo gli scalini ritorti col cuore in gola, immaginando il panorama dei nostri desideri. Non osai guardare all’orizzonte fino a che non arrivai in cima, per non guastarmi la sorpresa.
E, alla fine, in cima al faro guardammo l’orizzonte. Una distesa interminabile di vasche petrolifere, di raffinerie, di industrie chimiche, di zone industriali che si susseguivano a perdita d’occhio.

Quando la sera lo raccontai a cena, ai miei colleghi giapponesi, loro mi sorrisero e mi dissero: «Eh sì, questa è una zona molto industrializzata, per tutta la costa, da qui almeno fino alla centrale atomica di Fukushima».
Mi fece un po’ effetto sapere che a pochi chilometri da me c’era una centrale atomica. Ma pensai anche che se i miei colleghi vivevano qui, allora non doveva esserci pericolo. Guardai i loro volti sorridenti, guardai il miosaké caldo e la zuppa con gli udon da mangiare succhiando forte con la bocca, pescai dalla pentola in mezzo alla tavola un pezzo di carne e chiesi: «E voi conoscete Mazinga Zeta?»

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