Eurocina

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di Samuel Cogliati

Sesto San Giovanni, 15 marzo 2020

Per fustigare i tentennamenti o gli ennesimi e/orrori delle istituzioni europee in questo contesto di débâcle italiana nella crisi Covid-19, sta circolando su internet una vignetta molto esplicita. Rappresenta l’allegoria dell’Italia cui tende una mano un’altra figura che l’aiuta a rialzarsi: la Cina. In secondo piano, l’allegoria della Morte, con tanto di falce e di lunga tunica, non già nera bensì blu a stelle gialle; il suo volto è il simbolo dell’euro.

Alla fine del Secondo conflitto mondiale, gli Stati Uniti d’America si ritrovarono non solo tra i “vincitori”, ma anche in una incontrastata posizione di predominio economico, politico, culturale, militare. Un ruolo che consacrava l’impressionante crescita iniziata a fine Ottocento. I paesi europei uscivano invece dalla guerra devastati, invasi, prostrati e, quel che si ricorda meno spesso, indebitati fino al collo, proprio con gli USA.

La vignetta cui alludevo vorrebbe celebrare la generosità cinese nell’aiutare la nostra povera nazione disastrata, a fronte dell’indifferenza o peggio della cattiveria di Bruxelles e di Francoforte. Il ministro degli esteri Luigi Di Maio ha “tuonato” che, una volta finita l’emergenza, ci ricorderemo di chi ci ha aiutati e di chi no. Temo che non ve ne sarà bisogno, ma che chi ci ha aiutati se lo ricorderà meglio e prima di noi.

Dal 1948 in poi si sviluppò e strutturò il celebre “piano Marshall”, con il quale lo Zio Sam veniva in soccorso dell’Europa maciullata e in ginocchio. «Gli interessi degli Stati Uniti – scrive Arnaldo Testi nel suo Il secolo degli Stati Uniti (Il Mulino, 2017, p. 176) – erano chiari. Essi volevano riportare alla prosperità quelle società che erano mercati essenziali per i loro prodotti; e in effetti il 70% dei fondi ERP [European Recovery Program, ndr] fu usato per acquistare merci americane».

Lungi dal credere a tesi di complotto sulla genesi, la diffusione e la gestione di questo virus spaventoso – di cui ignoro tutto –, non posso però ignorare che oggi la Cina ha un buon mese e mezzo di anticipo cronologico sul resto del mondo nell’affrontare la crisi coronavirus, da cui sta già uscendo. Quando in Europa resteranno le macerie economiche di questa tragedia, serviranno soldi per cercare di rialzarsi. Il dubbio che stavolta possano arrivare da oriente anziché da occidente è legittimo. Da un punto di vista asiatico, potrebbe essere l’occasione giusta per penetrare definitivamente nuovi territori e compiere un processo già avviato. Da un punto di vista europeo potrebbe essere il tracollo definitivo di un sogno sostenuto con troppa incertezza e fiacchezza, perché l’Unione è sempre rimasta vittima di tentennamenti, di spinte centrifughe, di nazionalismi anacronistici, di divisioni culturali aggravate anche dall’assenza di una lingua comune.

cogliati@possibiliaeditore.eu