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Il periodico
Dopo una laboriosa (e avventurosa) preparazione, a ottobre 2009 esce il numero zero di www.possibilia.eu periodico online per curiosi. Una realizzazione che riflette l'orizzonte libero e senza preconcetti della nostra linea editoriale.
Da subito, un gruppo di autori aderisce al progetto, alcuni dei quali formano il nucleo redazionale più stabile.
Possibilia si non si propone di fare informazione in senso stretto: tante altre testate più veloci e attrezzate ricoprono già questo ruolo. La nostra rivista desidera offrire ai suoi lettori contenuti insoliti, dando diritto di cittadinanza a temi o chiavi di lettura spesso trascurati o snobbati. Un periodico generalista a 360 gradi? Solo in parte. Possibilia non funziona per compartimenti tematici, ma per modalità di approccio alla materia. Accoglie così una sezione per Dilettarsi, una per Pensare e una per Sorridere. Si aggiungono una sezione di News - la sezione “d'attualità” della testata - e una sezione destinata ai Pubbliredazionali, con lo scrupolo di mantenere eticamente distinti contenuti commerciali e redazionali, valorizzando così entrambi.
Con la nuova versione della rivista, inaugurata nel 2012, abbiamo deciso di aggiungere una sezione (le Rubrilie) dedicata alle nostre passioni: il vino, il rugby e il viaggio.

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I libri
Nel 2010, gli esiti incoraggianti della rivista e il desiderio di ampliare il progetto editoriale dànno vita alla parte cartacea della nostra attività.
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foto di Samuel Cogliati
Chiamammo l'Italia?

di Samuel Cogliati

Non si erano visti così tanti verde, bianco e rosso da tempo. Questo chiacchierato e probabilmente innocuo 17 marzo 2011 - 150° anniversario dell'Unità d'Italia - che non lascerà grandi tracce nella Storia del Paese, è stato un trionfo di tricolore. A dire la verità, la maggior parte dei colori nazionali si è vista sugli edifici pubblici e nelle vetrine dei negozi, come se fossero un'irrinunciabile occasione per cercare di vendere ciò che la Crisi non fa vendere più da mesi...
Ma al di là delle insignificanti polemiche di parte politica, alla fine c'è stata anche una partecipazione popolare e un sincero coinvolgimento. Solo che questa condivisione ha il sapore di un entusiasmo e di una visione superati. Perché lo Stato nazionale - che ha retto le sorti e gli equilibri dell'Europa per mezzo millennio - è probabilmente una dimensione anacronistica, o quanto meno sterile per il futuro. Un avvenire che sarà fatto di rapporti di prossimità (indispensabili a una vita civile) e al tempo stesso di una globalità che fa già parte delle nostre vite.

Eppure, il moto di emotività e speranza delle persone che più o meno convintamente hanno gridato «viva l'Italia» ha un senso forte. È il segno di una necessità, di una richiesta. Un'istanza che cozza contro l'inerzia di un governo - quello italiano, ma anche di diversi altri - muto o confuso di fronte alle emergenze di queste settimane. Dall'Egitto al Giappone, dalla Libia fino alla questione nucleare, è impressionante l'incapacità di intervento, di dare risposte, e persino di prendere delle posizioni.
Come si concilia dunque quest'atteggiamento incolore con le aspettative patriottiche che il 17 marzo ha controversamente riportato alla luce? Forse non si concilia, ma si spiega con una forma di fraintendimento: la speranza che la dimensione nazionale e i colori che la incarnano coincidano con un'esigenza di rettitudine, di solidarietà, di appartenenza, di etica, e di una forma di orgoglio non meglio identificato. Valori cui l'essere umano non può rinunciare, ma che non sa più bene come chiamare e rappresentare. Perché ciò che regna davvero nella nostra epoca di radicali trasformazioni sono il disorientamento e l'incomprensione. Fino a quando un'identità nuova e proficua non raccoglierà il testimone di quella nazionale.

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