di Samuel Cogliati Gorlier 

• 18 gennaio 2026 •

Niente: l’accoppiata Sorrentino-Servillo non funziona. O meglio: funziona benissimo in chiave show-biz – La Grazia è un film da premi e da record d’incassi –, ma non funziona artisticamente.

L’ossessione per l’estetica, con un autocompiacimento lirico spesso stucchevole e fine a sé stesso, mina lo slancio compositivo delle opere. Era già successo nella Grande bellezza, si replica nella Grazia. Francamente, ci si annoia un po’, davanti a questo film. Con Toni Servillo che fa e rifà sé stesso, e un senso cinematografico di futile déjà vu.

Stavolta è proprio un peccato, perché lo spunto tematico era bello e andava sfruttato. Invece ci si perde in un dedalo in cui deve rientrare tutto lo scibile, con tanti rivoli che allungano il brodo e servono a poco. La vicenda personale che attanaglia Mariano De Santis, incartato in un lutto personale e in una sterile nostalgia; il macchiettismo di certi personaggi (Coco, il generale alpino, il corazziere); l’incedere svenevolmente lento; molti dialoghi inconcludenti… creano un senso di artificio, di vacuità.

Peccato, l’eutanasia – più che la grazia – e la ricerca del coraggio personale sarebbero stati temi da indagare con forza e meno vezzosità. Sarà per un’altra volta.

Un encomio senza riserve, invece, ad Anna Ferzetti, che riesce, quasi da sola, a tenere accesa la speranza che la pellicola possa prima o poi prendere la piega giusta. •


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[fotografia Wolfgang Moroder / Wikipedia – CC BYSA 3.0]