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di Samuel Cogliati

I limiti del giornalismo seriale

La degenerazione dell'informazione non è una novità. Da molti anni ormai la qualità del giornalismo televisivo e della carta stampata peggiora nella forma e nei contenuti.

Confrontare giornali e telegiornali però è difficile. La carta stampata ha spesso personale sempre meno qualificato ma sempre più spazio da riempire. Quotidiani di 50 o 60 pagine non sono più l'eccezione, per non parlare dei periodici che superano le 100 o 200. È un circolo vizioso: siccome i prezzi della pubblicità crollano, bisogna accumularne di più, visto che anche i lettori paganti sono sempre di meno. Al di là delle buone o cattive intenzioni, delle pressioni economiche o politiche, fare un buon giornale è sempre più difficile.

Il caso dei telegiornali è diverso. Hanno una durata standard - di solito 30 minuti - e normalmente non sono interrotti dalla pubblicità, se non qualche breve blocco alla fine.
Visto che i servizi non si possono ridurre all'infinito, ma durano in genere tra 1 e 3 minuti, lo spazio è limitato. Questa è una difficoltà tecnica per i giornalisti, che devono sintetizzare i contenuti senza perdere qualità, ma dovrebbe essere uno stimolo per fare una selezione drastica di sole notizie interessanti.
Invece i telegiornali sono sempre più zeppi di contenuti vuoti, inutili o grotteschi. A primeggiare, negli ultimi tempi, è forse il TG1, che prima di trattare la condanna di Marcello Dell'Utri a 7 anni quasi come un'assoluzione, lo stesso giorno è riuscito ad aprire le due edizioni principali usando il 20 per cento del tempo per parlare della morte di Pietro Taricone (con rispetto parlando).

Il pubblico si sta assuefacendo. Ma ciò di cui si parla poco è la serialità delle notizie. Se si pensa che i telegiornali principali hanno redazioni di decine di giornalisti assunti, questa ripetitività dei contenuti dovrebbe invece colpirci, perché non ha motivo di essere. Basta fare un confronto, seguendo a pranzo o a cena diversi tg, per accorgersi che dànno tutti le stesse notizie e spesso nella stessa maniera. Perché? È pigrizia? È il risultato di una volontà di omologazione del pensiero? Lo fanno per rendere più efficaci, con il martellamento continuo, pochi contenuti? Difficile non pensare che dietro questa noiosa omogeneità non ci sia qualche forma di tacito accordo trasversale, quanto meno culturale. In fondo, anche nel giornalismo, la concorrenza e la competizione dimostrano di non funzionare.

Il problema non è solo la censura sistematica delle vere notizie (le crisi internazionali, le guerre, le emergenze umanitarie ed ecologiche, i veri dati statistici...), ma anche che la ripetizione del nulla ci disabitua tutti a pensare e a farci domande. Per fortuna, almeno sul web, le fonti critiche e ben informate sono innumerevoli (anche se non sempre attendibili). E il fatto che sempre più persone migrino dalla tv e dalla carta stampata verso Internet è un chiaro segno ottimistico.

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